“Non lo sai che esiste internet?” Mi chiede il commesso dello store, mentre gli spiego cosa mi serve per sistemare l’attrezzatura da radio amatore.
Nemmeno gli rispondo. Come spiegare il valore delle parole senza immagini a chi non fa altro che condividere immagini senza parole sul web.
Mentre esco dal parcheggio devo evitare idioti che si scattano selfie, anziani in videocall e ragazzini con airpod, completamente sconnessi dalla realtà.
In questo mondo interconnesso la gente non fa altro che isolarsi sempre di più; convinta di dialogare, si limita a spedire emoticons prive di senso, stupidi meme che non capiscono ed irritanti vocali di due secondi.
Tutto pur di non incontrarsi mai, di non mostrarsi a vicenda. Le cose che dicono chi siamo le teniamo nascoste, le cancelliamo dalla cronologia.
Tornato nel monolocale smonto il Kenwood e sistemo la resistenza del microfono con i pezzi nuovi. Venti minuti dopo sono di nuovo in onda. Sistemo la manopola e viaggio tra i canali in cerca delle voci. Codici e parole chiave mi attraversano le cuffie con un turbine di suoni del quale io ho il controllo. Posso scivolare tra le conversazioni con la leggiadria di una sirena.
Presto ritrovo quello che cerco. I 10-4 e i 5-per-5 che mi fanno sentire a casa.
Dietro quelle parole serafiche, il tuono rotondo dei motori. La strada che percorrono posso sentirla sotto di me. Sono un segnale nel vento che viaggia con loro, salta da un baracchino all’altro. Un passeggero oscuro sul sedile di questi titani dell’asfalto.
Qualche ora e arriva la mia maniglia, il mio ecstasy personale.
“Stanotte fa freddo, 4-10?”
La sua voce è rude ma delicata al tempo stesso. Chi comunica con la tastiera non potrebbe capire mai.
Prima di rispondere prendo un bel fiato.
“10-4 Blue Devil. Siamo quasi a zero, strano per la stagione”.
“Copy”.
“Ciò nonostante mi farei un giro in Ultima Fila. Sei da queste parti?”
“Sei br1 vero? Intendi a Nord di Birm?”
La bocca mi si piega in una smorfia. Mi offende non si ricordi di me; anche se è passato tempo dall’ultima volta, non sono un viso che si dimentica facilmente.
“Sono io Blue Devil”.
“Non sono in zona bello, ma c’è qualcuno che apprezzerebbe una visita lì dove ci siamo visti noi”.
‘Fanculo!’, penso. Vuole passarmi a un altro camionista come fossi una fottuta baldracca di strada?
Spengo il microfono, poi la radio. ‘Fottiti Blue Devil. FOTTITI!’
La notte non dormo. Lo stesso per la notte successiva e quella dopo ancora.
A lavoro mi guardano male. Le occhiaie si devono vedere anche sotto la crema.
Il quarto giorno, quando arriva il buio, riaccendo la radio. Riacchiappo Blue Devil mentre sta sulla M4, praticamente su Marte.
“Quel tizio di cui mi parlavi è ancora qui da me?”
“Penso di sì.”
“E’ ok? Mi devo preoccupare? Non posso andare dal primo buzzurro che parcheggia il tir in zona”.
“10-7. Se te lo indico significa che è ok”.
Un’ora e mezza dopo sono lì. Il parcheggio è semi-deserto. Qualche furgone da semi-pro, rimorchi senza traino e un paio di mezzi pesanti, ma quello che mi ha indicato Blue Devil è ancora lì, nero come la notte.
Lo osservo per un po’, per superare il timore del primo contatto. Non sono una “Lucertola” che va per soldi. I camionisti hanno quel qualcosa che quieta la mia sete di adrenalina, di senso dell’avventura. Sapere che domani non saranno lì, che non mi cercheranno a lavoro o in famiglia, ma che comunque tengono a me, che mi penseranno, è tutto ciò che chiedo ad una relazione al momento.
Il camion è pulito; non ci sono i soliti rimasugli da fast food che impestano il selciato come al solito. Niente scritte vistose o adesivi osceni. Come ha detto Blue Devil questo tipo è diverso.
Quando busso mi trema la mano. Istintivamente sento che c’è qualcosa di strano, che qui dentro accade roba che non immagino.
Ma non è forse sempre così?
Ho così tanta ansia che quasi ci ripenso, ma poi so già che non dormirei nemmeno stanotte, che penserei a questo Tir per tutto il tempo fino a quando non troverei il coraggio di tornare di nuovo qui.
Busso.
Il tizio che mi apre mi spiazza completamente. Sembra sciatto, pallido, a malapena vestito (Nonostante il gelo) e nient’affatto stupito del mio aspetto, reazione che invece riscontro di continuo in individui abituati ad avere a che fare con feccia da due soldi.
Dietro di lui, il rimorchio trabocca di tecnologia informatica. Schermi ovunque e sedie girevoli inchiodate al metallo.
Faccio un passo avanti e cedo ai suoi desideri.
Quando esco sono tanto scosso da ricordare a malapena l’accaduto. È stato sesso? Nemmeno lo so. Un piacere mai provato prima mi annebbia i ricordi.
Forse ho dondolato per qualche isolato perché un’auto scura si accosta e un nero col pizzetto mi mostra un tesserino nel suo portafoglio.
“Due chiacchiere?” Mi chiede, mentre un terzo uomo scende dal retro e mi tiene aperta la portiera.
“Cosa? Chi siete?”
Il tipo mi prende per il braccio e mi forza ad entrare. Rimango sbigottito solo un istante prima di divincolarmi. Chiamo la polizia a gran voce ma questo cazzo di quartiere è più deserto dello stadio di lunedì.
“Siamo noi la polizia, coglione”, m’informano mentre poggio il sedere a bordo.
“Aspetta”, dico intontito, “C’era scritto MI6 su quel tesserino?”.