Ho imparato come aggirare il cordone della polizia esattamente come ho imparato ogni altra cosa: da sola.
Al mio arrivo tre bobby sono di vedetta, illuminati dai lampeggianti di due ambulanze. E’ una cosa grossa. I giornalisti sono ammassati al solito angolo, troppo timidi o troppo “professionali” per cercare d’intrufolarsi in casa.
Scelgo la mia preda e lo attacco con un sorriso. I suoi occhi passano dal mio viso alla mia scollatura tre volte prima di vedere il cellulare che gli metto davanti alla bocca; a quel punto so già che è mio.
Un paio di domande banali condite con altrettanto banali ammiccamenti e sono oltre il nastro giallo.
La casa è molto bella, grande per il quartiere. Il giardino è poco curato ma non abbastanza da dare nell’occhio.
All’interno, arredamento classico, mogano e parquet, molto rilassante. Un pianoforte muto in un salone stretto e lungo, un divano pieno di cuscini. Un tizio in tuta bianca mi passa davanti senza vedermi. Quelli della scientifica sono così, addestrati a notare cose piccole e ad ignorare quelle non pertinenti, come una sconosciuta che si aggira in una scena del crimine. Quello è compito dei detective.
Devo arrivare al piano superiore prima che qualcuno mi fermi.
“Non dovresti essere qui”, mi ammonisce una voce maschile; una voce che conosco.
“Nick Williams…” Mi girò di scatto, sfoggiando volutamente la mia chioma bionda. Il detective mi sovrasta dall’alto del suo metro e ottanta. Io, bassa come sono, non posso che sollevare la testa per guardarlo negli occhi e porgergli il mio iphone.
“Quanti morti? Qualche indizio?”
Nick sorride sornione e con gentilezza mette giù il telefono.
“Se continui a superare i nastri prima o poi ti beccherai una denuncia, e non credo che il tuo blog riesca a pagarti la cauzione”.
“Ti stupiresti”, rispondo fiera. “Brim’s Story” ha ormai più di diecimila lettori quotidiani. In pratica più di un giornale cittadino. Mentre quei pomposi giornalisti non fanno altro che inventare storie dal marciapiede dall’altra parte della strada, io sono quella che racconta la verità dentro la scena del crimine. Non stupisce che nessuno li compri più una copia.
Mi tengo tutto questo per me mentre cerco di sbirciare oltre il detective, nella stanza da letto principale. Tre corpi sono distesi in terra, coperti da un lenzuolo bianco.
“Tre vittime? Una gang?”
“Ma quale gang…” Nick fa un paio di passi avanti facendomi scendere un un gradino. “E’ stato un raptus di uno dei mariti delle vittime, questa era una..”
“… Casa sicura per donne, lo so”.
Il detective alza un sopracciglio, una cosa che riesco a fargli fare spesso.
“Perché pensi che sia arrivata qui? Ho le mie fonti”, gli dico non senza orgoglio.
“Allora dimmi anche chi è l’assassino e risolviamo tutto”, scherza lui.
“Assassino o Assassina, magari”.
“Sciocchezze”, sentenzia. Si sposta lasciandomi vedere meglio la scena. Anche da questa distanza, la stanza sembra sottosopra. I corpi sotto il lenzuolo sono… deformi. I loro arti oscenamente piegati. Immagino come si presentino e mi viene un rigurgito che ricaccio subito indietro.
“Una violenza simile non è roba da donne. Le vittime sono state massacrate di botte da qualcuno forte, molto forte; e veloce”.
Mi ritrovo ad avanzare fino alla soglia. Ciò che mi ripugna è anche ciò che da sempre mi attrae. Quel qualcosa di rotto dentro di me che cede all’attrazione dell’orrore e dell’ignoto.
Senza questo impulso non sarei quella che sono, poco ma sicuro.
“Come li avete trovati?” Chiedo senza un vero perché.
“Nel bagno, in fila. Coperti e ordinati. Assurdo”.
“Si vergognava di quanto ha fatto”, spiego io, rispolverando qualche manuale di criminologia letto chissà quando. O era un blog?
“Perché pensavi ad una donna?” Chiede Nick, incuriosito.
“La mia fonte è ben informata”, confido senza guardarlo. I miei occhi intrappolati dal sangue sulle pareti… e sul soffitto. “Ha dato questo indirizzo ad una donna, poco prima di questo massacro. Sembrava agitata”.
“E’ tra le vittime?”
“Non ne ho idea”. Riesco a staccarmi dalla scena di violenza e ritrovo gli occhi di Nick. Quell’azzurro dev’essersi riflesso in una infinità di pozze di sangue per essere così impassibile di fronte a questo macello.
“Ok, fuori il nome e fila via di qui”.
Sorrido.
“Gratis? Non pensarci nemmeno. Qui c’è da scrivere parecchio”.
Il detective assume la sua posa severa, con le mani sui fianchi e lo sguardo torvo.
“Cena al solito posto, tra due ore?”
Annuisco. Nick è uno che parla prima del sesso, io una che scrive meglio dopo. Tre ore da adesso e il blog avrà la sua nuova storia.
“Affare fatto”.