La penna giace sul foglio bianco da quelle che sembrano ore.
Non ho parole degne di essere trascritte. Mai sorella crede che sia malata, distante da tutti a causa della mia salute. Potrei raccontarle che vado a Londra per cercare cure migliori, o forse dovrei scriverle un addio, un commiato inevitabile che attende da troppo tempo di essere espresso.
Il treno scorre veloce nella campagna ligure. Le luci delle città lontane si affievoliscono come i ricordi che mi sto lasciando alle spalle. Guardo il display che segna la velocità, poi l’orologio. Arrivare per tempo è più che una priorità per me. Viaggiare in un’altra nazione è una impresa pari al lancio di un uomo nello spazio: se qualcosa va storto, si muore.
Il passeggero di fronte mi guarda con insistenza. Ogni volta che alzo gli occhi, lui distoglie i suoi. Sono una donna avvenente ed anche quando indosso un lungo cappotto di pelliccia ed un cappello a tesa larga sono abituata ad attirare gli sguardi, ma questa è la notte sbagliata. Sento le vene agitarsi e la gola deglutire dolosamente. La mia natura perversa richiama il suo tributo.
Vado in bagno.
Stipata nello spazio angusto della toilette, cerco di recuperare una parvenza più terrena. La mia pelle è bianca come la porcellana e sottile come il velo di una sposa. Quando la Bestia comincia a divincolarsi al mio interno, vene blu e nere s’intravedono sotto la mia fronte. Lavoro un po’ con il trucco e cerco di ritrovare la calma.
Ripercorro i miei passi. Sono fuggita, ho lasciato la mia stanza dal Palazzo San Giorgio non appena ho aperto gli occhi. Immagino i miei fratelli venuti a prendermi andare su tutte le furie non trovandomi.
No, non è così. Saranno rimasti freddi, professionali, preparati.
Bianco non avrà mostrato la minima espressione di fastidio. Avrà chiamato il Don dicendo che meritavo una punizione, che dovevo essere ritrovata. Il Don avrà risposto che non ne valeva la pena. Che il mio esilio sarebbe stata una condanna sufficiente, che c’erano cose più importanti di cui occuparsi.
Esco dal bagno. Cerone e rossetto fanno miracoli. Torno a sedermi di fronte al guardone, intento a coprirsi il viso con il giornale.
Mi accomodo e torno a contemplare il foglio bianco. Dovrei scrivere a mia sorella la verità; che sono una vampira, che sono immortale e che veglierò su di lei, su mio nipote e su tutta la nostra famiglia finché potrò, ma che non posso vederla, non posso più mostrarle la notte che porto dentro questo corpo, così avvizzito da non riuscire nemmeno a piangere una lacrima per aver lasciato la mia città natale.
La luce dello scompartimento tremula. Vagoni vecchi quanto me non rallentano il loro ritmico tamburello sui binari. L’uomo di fronte non fa una piega.
“Mi scusi”, gli dico, incuriosita dal suo aplomb. Non risponde.
Con l’indice abbasso il suo giornale. L’uomo è un cadavere, completamente pallido, congelato in una espressione di dolore che solo i miei fratelli sanno imprimere.
Una nebbia a mala pena consistente si spande da sotto la porta della cabina. “Raffaella…” sento sussurrarmi nell’orecchio. Quella voce lontana eppur vicina.
Forse il Don non ha risposto a Bianco come credo.
Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi sulla vitae che mi rimane. I morsi della fame rispondono più rapidi e mi contorcono lo stomaco.
Al mio richiamo risponde solo uno spirito di basso livello, a malapena consapevole del mondo circostante ma in grado essere i miei occhi oltre queste pareti.
Un solo fratello; giovane, viso d’angelo, capelli ricci e biondi: Lorenzo.
La prima idea è di aprire la finestra e lanciarmi fuori. Il mio corpo può resistere all’impatto ma dopo non saprei dove andare. Sola e assetata, l’alba mi troverebbe senza difese. Il solo pensiero mi mette i brividi.
“Raffaella…” sussurra ancora lo spirito evocato da Lorenzo. Sta cercando d’insinuarsi nella mia mente per confondermi. Cerco di richiamare un Goliath e quasi perdo i sensi. La bestia mi prende a calci e mi piego su me stessa. Nessun Goliath risponderà a richiami così fievoli.
“RAFFAELLA CARRARA!” grida Lorenzo. Non si nasconde più, mi ha trovata ormai. “Pensavi di poter andare via dalla tua casa indisturbata? Credevi che tradire il clan fosse solo considerato uno sciocco dispetto?”
Osa rimproverare me. Dopo tutte le angherie sopportate sotto la rigida gerarchia dei Giovanni.
Anni di sottomissione e umiliazioni. Anni in cui non ho mai visto la luna, costretta e rispettare patti con il Crepuscolo per conto dei fratelli più anziani. La stirpe dei Carrara, vassalli dei Giovanni, schiavi eterni.
“Fai silenzio!”. Prendo coraggio. Esco dalla cabina e lo affronto. Lo stretto corridoio dipinge il nostro duello da cowboy. Lui così elegante nel suo completo grigio con cravatta rossa, io animalesca con i capelli in disordine e la postura da felino.
La bestia mi grida di attaccare, di dissanguarlo.
“Ecco la piccola Raffaella”, esordisce lui sorridendo. “Pupilla di Bianco Giovanni. Quanto c’è rimasto male quando ha capito che ci avevi tradito per la Setta”.
Sputo in terra davanti a me. Una cosa estranea alla mia educazione. È la bestia che si esprime, ormai.
“Non sarò più la bambola di carne di Bianco”, ringhio.
Tutto si appanna e trema. Lo spirito di Lorenzo mi è entrato nella mente e pasticcia con i sensi. La cabina si rivolta sotto sopra ed io confondo destra e sinistra. Quasi non riesco più a parlarle. Nell’universo di follia che ha creato, Lorenzo avanza sicuro di sé, forse troppo.
Lancio un grido e mi scaglio verso di lui. Lorenzo mi afferra e con forza inumana mi scaglia contro una cabina, sfondando la porta. Bagagli di passeggeri morti mi cadono addosso. Lorenzo ha dissanguato tutti sul treno, i loro corpi pallidi come avorio ballano ad ogni sussulto dei binari.
Non c’è sangue sul treno, lo ha preso tutto lui.
“Sei sempre stata insopportabile, Raffella”, continua Lorenzo, “con la tua spocchia da nobildonna e il tuo infantile moralismo. Guardati ora, scomposta come un randagio in fuga dai lupi”.
Il mio spirito non mi risponde più, il legame che avevo è stato reciso ed è tornato nel crepuscolo. Dentro di me ho vitae solo per un’ultima evocazione, forse quella giusta.
“Eccoti qua!”. Lorenzo appare sull’uscio, mi afferra per i capelli e mi solleva in aria. Sbatto contro la finestra del corridoio che va in frantumi. Il vento sibila ed irrompe nello scompartimento, facendo volare fogli, abiti, foulard.
Arretro sui gomiti lontano dal mio nemico che ormai ride pregustando il mio sangue.
“Dopo che sarai morta farò visita a tua sorella”, annuncia, “so che ha appena partorito. Il sangue di un neonato è qualcosa che non gusto da tempo.”
Non rispondo, sono occupata a radunare tutta la vitae che mi è rimasta. Credo un richiamo sottile, difficile da maneggiare. Un fragile filo rosso che attira una creatura che nessun vampiro correbbe mai incontrare.
“Non resterà niente della te”, continua Lorenzo, “Non…”
S’interrompe. L’Auspex gli rivela il mostro spirituale che è apparso alle mie spalle. La sua espressione si sospende tra la sorpresa e la paura.
“Cosa hai fatto? Sei pazza?”
La creatura schizza come una lampo e gli s’infila in bocca. Lorenzo balla in preda a convulsioni orrende. I suoi arti si piegano in modo innaturale, le ossa si spezzano, le vene si seccano.
Gli Hematovorax Phasmatis divorano ogni goccia di sangue che trovano. Evocarli significa morire, divorati dalla propria creatura, ma Lorenzo è un pasto troppo invitante ed io così svuotata da essere quasi invisibile.
Lo spirito conclude il suo pasto in pochi secondi, poi svanisce, sazio.
Arranco fino a Lorenzo. La sua espressione è stata cancellata, il suo corpo è secco come una foglia d’autunno. Il vento mi tira per i capelli. Devo nutrirmi al più presto, la bestia si è quasi impossessata di me.
Cerco nei suoi abiti per trovare la fiaschetta. Conosco Lorenzo da quando fu abbracciato, so che non va da nessuna parte senza una scorta d’emergenza. Mi abbevero dimentica di ogni dignità. Apro in due il metallo per leccare ogni residuo. E’ sufficiente per rimettermi in piedi e cercare una soluzione.
Londra è decisamente scontata, troppi fratelli, troppi nemici. Ho bisogno di un luogo più appartato, giovane, dove i miei servizi siano più apprezzati.
Ho sentito di un Principe in cerca di esperti del Crepuscolo. A Birmingham, mi pare. Forse… sì! Di certo lì sarò al sicuro.